lunedì 14 ottobre 2019

Tutto può succedere...



Prima di prendermi una pausa estiva, più lunga del previsto, dalle pagine di Bray Hill, avevo pubblicato un post nel quale enunciavo le similitudini e le analogie tra il percorso che portò al titolo mondiale del 2009 in Superbike l'asso texano Ben Spies e quello che avrebbe dovuto portare Alvaro Bautista e la sua Ducati ad altrettanto successo. Quel giorno mi trovavo a Donington Park per seguire e raccontare l'appuntamento inglese del campionato come sempre. Dalla sala stampa del circuito britannico mi espressi in tal senso, forte del fatto che la rimonta avvenuta poi in estate da Johnny Rea nei confronti dello spagnolo non si era ancora materializzata ed era solo un'ipotesi attendibile. Nonostante l'intervento del regolamento a ridurre i giri motore della moto di Borgo Panigale in forza all'iberico e nonostante qualche caduta di troppo, Bautista stava ancora dominando il campionato e quando vinceva lo faceva con un'impressionante superiorità. Gli avversari "prendevano paga" con un distacco siderale.


Andando a rileggere il post, può sembrare che io stesso sperassi in quella sorta di finale dove il neo entrato nella categoria sarebbe diventato campione del mondo con molta facilità. A parte sottolineare quest'ipotesi in cui devo smentirmi clamorosamente, non è andata così. Approfitto quindi per ammettere il mio eccesso di fiducia ed il mio modo sognante di giocare coi numeri ed i punti in comune che intravedevo nel percorso dei due piloti in questione. Ma voglio anche cogliere questo momento per un mio personalissimo punto su questo campionato ormai agli sgoccioli ed esprimere un mio pensiero generale. Innanzitutto partiamo dal fatto che il regolamento, come sento ripetere spesso, andrebbe migliorato e corretto laddove non rispetta l'interesse di squadre, piloti e pubblico. Inoltre, un vero regolamento ha di per se una prerogativa ovvero che, più è semplice e più funziona. Infatti le corse sono un concetto molto elementare, per non dire base. Se facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, vediamo che l'ultima moto italiana a vincere il titolo di campione del mondo piloti in Superbike è stata Aprilia nel 2014. La marca di Noale attualmente è fuori dalla categoria perché non partecipa in forma ufficiale come ai tempi delle vittorie e non fornisce nemmeno le moto ad una struttura privata. In questo periodo, la concorrenza bolognese di Ducati ha continuato a correre con il coinvolgimento diretto dell'azienda e con un progetto chiamato Panigale, che però non ha ancora raggiunto lo scopo finale. Prima nella versione tradizionalmente bicilindrica e da quest'anno col propulsore quattro cilindri a V, la rossa ha alternato vari piloti di livello sulla propria sella, scegliendo, oltre che di dare a Chaz Davies grande fiducia anche per il 2020, di far correre italiani come Davide Giuliano e Marco Melandri.


Da queste esperienze non è ancora giunto il titolo mondiale e siamo nel periodo che probabilmente un giorno ricorderemo come gli anni del dominio Kawasaki e di Rea. L'indiscusso strapotere della "verdona" di Akashi, comincia quando il britannico Tom Sykes, dopo aver lasciato un titolo iridato a Max Biaggi nel 2012 per solo mezzo punto, si laurea finalmente campione del mondo l'anno seguente. Due stagioni dopo, con l'arrivo di Johnny Rea in Kawasaki, inizia un filotto di ben cinque campionati consecutivi dove il nordirlandese e la quattro cilindri nipponica sembrano non avere rivali. Ma se le prime quattro vittorie, seppur mai scontate e mai facili da conseguire, sono maturate con una certa logica, quella appena ottenuta nel round di Magny-Cours,  ha dal canto suo una forte rivalità tra il nuovo arrivato dalla MotoGP ed il pentacampione. Questa rivalità è stata un bene per lo spettacolo e per gli appassionati che finalmente vedevano una Ducati in grande spolvero dopo anni di dura lotta. Il merito sembrava proprio del suo nuovo centauro che si è sicuramente imposto come il miglior interprete di questo nuovo progetto tecnico di chiara derivazione GP. Ma la stagione si può dividere in due parti. Nella prima, il dominio del "pacchetto" Bautista-Ducati Panigale V4, ha macinato vittorie (undici consecutive), con netta superiorità e illudendo tutti, addetti ai lavori compresi, che saremmo arrivati alla fine in quel modo, o con qualche sporadico assolo di Rea ed inseguitori (vedi Ratzgatlioglu e Van der Mark).


La seconda è andata in scena come in un film alla Tarantino dove il secondo tempo compie una virata mostruosa nella storia e tutto quello che il protagonista aveva costruito nel primo, di colpo si frantuma. Le avvisaglie di una possibile debacle di Bauitista c'erano già state in tempi non sospetti. Ad Imola ad esempio, quando gara 2 della domenica era state annullata per il maltempo (pioggia forte tutta la giornata), in Ducati, ma non solo, i piloti si erano radunati per decidere il da farsi e la maggioranza con Alvaro in testa, chiedevano di non correre. In quell'occasione solo Johnny, il compagno Haslam, Tom Bridewell che sostituiva l'infortunato Laverty e si giocava una bella occasione, Delbianco e Kyonari, notoriamente abili sulla pista bagnata ed arretrati in classifica, volevano tentare la corsa. La spuntarono gli scioperanti e non se ne fece nulla fino a Jerez, dove il tutto venne recuperato a furor di classifica. Una mossa che io reputai antipatica quella di non prendere parte a gara 2 sull'autodromo del Santerno, ma che ho dovuto rispettare, non senza discussioni coi colleghi del media center. Ergo, io di pioggia quel giorno ne ho presa tantissima in sella mia Honda Deauville 650, ma sono un motociclista. Trovai al tempo stesso antipatico però anche quello che fecero da regolamento nei confronti di Ducati, ovvero andare a limitare i giri motore del quattro cilindri emiliano visto lo strapotere che aveva dimostrato da Philip Island ad Assen passando per Aragòn via Buriram.


Credo che se una casa costruttrice riesce ad esprimere meglio un concetto di potenza, rispettando i criteri che le moto di quel campionato devono avere per potervi partecipare, non ci sia che da inchinarsi davanti a cotanta bravura nel realizzare un mezzo che, nelle giuste mani, risulti vincente. Inoltre la cosa è stata affrontata male poiché la limitazione è ricaduta come una mannaia sulle altre Ducati iscritte, quando ottenevano risultati totalmente diversi da quella numero diciannove dello spagnolo. Un controsenso.


Proprio a Donington Park, mentre scrivevo il post precedente e dove confermavo come sempre più attendibile l'ipotesi che il prossimo campione del mondo Superbike sarebbe stato Bautista, si iniziava a vedere sempre più palesemente che Rea e la sua Kawasaki stavano materializzando il sogno di una rimonta considerata, qualche gara prima, improbabile. Invece un occhio attento si sarebbe potuto tranquillizzare nel vedere che a alla forza di Ducati, Rea aveva opposto la costanza di non mollare nemmeno un punto. Dieci volte secondo prima della vittoria  in gara 1 proprio a Imola. Coraggio e determinazione hanno invertito il trend pazzesco di Bautista che a Jerez, pista che conosce bene, cade mentre stava imponendo un distacco enorme all'inseguitore e dopo aver dominato gara 1 con Johnny quarto. Un errore che per lo spettacolo sembra l'ora d'aria, la pausa distratta di Alvaro. In merito allo spettacolo, una cosa molto buona è stata l'introduzione della Superpole Race della domenica mattina per determinare la seconda griglia di partenza, ma che fa guadagnare punti per la classifica e conta come vittoria. In Inghilterra la caduta in gara 1 è la fine della leadership del pilota di Talavera de la Reina che lascia il Regno Unito con un solo terzo posto in gara 2 come miglior risultato per andare a Laguna Seca e cedere il passo definitivamente al "Cannibale" come l'anno battezzato alcuni colleghi, quasi fosse Eddy Merckx, che a forza di podi è riuscito a mettere a segno il "sorpasso" più importante della sua carriera.


In realtà, a Bautista s'è spenta la luce per qualche istante e quando l'ha riaccesa ha trovato il "disordine nella stanza". Ciò per vari motivi. Il primo è che durante l'estate tutti i team ed i piloti con relativi manager, si sono mossi in ottica mercato 2020 e HRC ha fatto subito capire che la prossima stagione sarà quella del grande ritorno in via ufficiale. A questo punto hanno cercato il pilota che aveva dimostrato una superiorità fuori dal comune. Colui che veramente aveva impressionato e incrinato lo strapotere Kawasaki, peraltro vero rivale di Honda in questo segmento. In ottica di tornare per battere Rea, Honda contatta Bautista e gli offre il nuovo progetto, remunerato da un'offerta irrinunciabile. Ma la cosa non è ufficiale e Ducati si mette a trattare col proprio pilota che ancora non sembra convinto, nonostante l'ottima prima parte di stagione. Intanto, oltremanica, un'altro esule della MotoGP approdato in Ducati, tale Scott Redding, stava primeggiando nel campionato britannico in sella ad una Panigale che da regolamento BSB è priva di elettronica. Diventato quindi l'indiziato numero uno a prendere il posto dello spagnolo partente, si è avviata una serie di frasi "twittate", dichiarazioni velate, frecciate, ipotesi elaborate a regola d'arte dai media, prima ancora che Honda ufficializzasse l'ingaggio del suo nuovo pupillo, Redding era già consacrato come la nuova stella di casa Ducati in Superbike. Di questo gossip da ombrellone non me ne importava niente allora e ancora meno oggi che tutto è stato dichiarato. Ma l'attenzione, la concentrazione dei diretti interessati è stata minata dai rumors, compreso Redding che prima dello showdown, nel mese di Agosto, tra Thruxton e Cadwell Park, ha commesso un paio di errori che potevano costargli il campionato. Il risultato? La serenità sul futuro in Kawasaki ha agevolato Rea che già mentalmente più forte rispetto alla media, ha spezzato ogni velleità altrui, prendendosi anche la vittoria alla 8h di Suzuka proprio in viso ad HRC.


In Settembre passeggiavo lungo la pit-lane di Portimao e respiravo l'atmosfera di tensione che aleggiava intorno al team Ducati Aruba. Sempre molto seri e concentrati, i ragazzi della rossa di Borgo Panigale hanno lavorato a testa bassa. Un gruppo esperto, dotato e capace di vincere. Sul circuito dell'Algarve, gara 2 è andata proprio a loro e a Bautista, che con una fuga delle sue ha messo a segno la quindicesima vittoria. E nonostante uno score incredibile, lo spagnolo paga gli errori e le cadute riportandomi alla mente il campionato 1993. Ed anche qui mi metto a giocare con le analogie e i destini. In quella stagione il titolo fu di Scott Russell, guarda caso, sulla Kawasaki del team Muzzy. Lo statunitense vinse solo cinque gare, ma arrivò primo davanti a Carl Fogarty che in sella proprio ad una Ducati 888, aveva totalizzato undici primi posti, e il record di vittorie della stagione. Aaron Slight arrivò terzo con la seconda Kawasaki-Muzzy con una sola vittoria, così come Fabrizio Pirovano che, con un solo primo posto, si classificò quarto finale davanti a Giancarlo Falappa che, dopo Fogarty, fu il più vincente tagliando il traguardo ben sette volte, sempre su Ducati. Ma come già detto, la seconda metà di stagione ha avuto un altro volto e Rea ha cominciato a vincere con la stessa costanza con cui non si è fatto "staccare" in campionato e con il round argentino, ha unito quattordici vittorie a sedici secondi posti. Alvaro con gara 1 a Villicum arriva a sedici vittorie, restando il più vincente, ma con soli tre secondi e tre terzi posti.


Concludo dicendo che un campionato che all'inizio sembrava un discorso a senso unico, ha in realtà cambiato faccia al giro di boa e ci siamo ritrovati con un pilota che si è laureato campione perché ha saputo soffrire meglio di tutti. Mentre il centauro che aveva finalmente imposto la sua Ducati come la moto da battere e stava ammazzando la stagione, ha avuto un conto molto salato, per le sfortune e gli errori in cui è incappato. Non serve mettere mano a regolamenti per creare equilibri tali da rendere un'annata più avvincente e funzionale allo spettacolo. Basta lasciare le cose semplici come sono e non "complicare il pane", come diceva un cantautore romagnolo. In fondo, se stai attento, ti accorgi che tutto può succedere.


Testo e foto: Alex Ricci

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