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lunedì 15 agosto 2016

Motociclisti nella pioggia, perché alcuni vanno forte?


Stavamo tornando da un viaggio in Sicilia quando, tra Barberino e Roncobilaccio, sulla "vecchia" A1, ci becchiamo il diluvio. Sul tratto in cui in ogni stagione piove, decidiamo di fermarci a fare benzina e il punto della situazione. Casualmente un equipaggio a bordo di un GS di ultima generazione ha avuto la medesima idea, ma mentre noi ci limitiamo a fare rifornimento, a valutare l'intensità della pioggia e il cielo, per altro già buio, loro si vestono con una tuta anti acqua d'emergenza. Così decidiamo di continuare e che comunque arriveremo vicino a Bologna già fuori dal temporale. Mentre ci accingiamo a partire, scambiamo un cordiale saluto motociclistico con gli altri viaggiatori, ma questo fa scattare la proverbialità altrui: "Se non avete la muta da acqua, è meglio che non partiate!". A questo punto mi scuso col lettore e dico; ma vi pare una cosa da motociclisti questa frase? Quindi rispondo: "Sè! Stà d'avdé!!!" (Si! Stai a vedere!!!), metto la prima, e parto. Da quel momento nulla poteva più fermarci e la pioggia era solo un dettaglio in una guida fluida e sicura, senza sbavature e concreta. Abbiamo lasciato gli altri dietro e ci siamo lanciati verso Sasso Marconi superando un'auto dopo l'altra, in totale sicurezza e prudenza, ma con una velocità di crociera accettabile.


Mi è capitato spesso di uscire in moto nei week-end e di beccare la pioggia a 1000 mt., ma di non preoccuparmi tanto e di percorrere i tornanti con un passo accettabile. I fattori si sballano quando piove, ma si tratta di saper accettare quello che viene e volgerlo a proprio favore. Tutto è falsato con un asfalto bagnato che non drena bene. Ma avere cura della propria moto equivale ad avere cura di se e della propria incolumità. Così, gomme sempre performanti e moto perfettamente funzionante. Il resto lo fa il polso e l'esperienza. C'è un immagine strana che appare nella mia mente ogni volta che piove e sono in giro in moto, le uova! Cartoni di uova disposti a tappeto sono la figura che si staglia nella mia mente, mentre guido sul bagnato cercando di sfruttare comunque il potenziale della moto. Mi vedo con le ruote su questi cartoni di uova che non sono così fragili, ma non devo andare ne piano, ne forte, altrimenti si spiaccicano.


Con questa concentrazione, è tutta questione di esperienza. Col passare del tempo, mi viene da dire che amo la pioggia come fattore atmosferico sul quale misurare le mie capacità. Alcuni mi direbbero che non ha senso uscire in moto se piove, perché il gusto non c'è nel bagnarsi all'inverosimile. Ma l'esperienza è dovuta al fatto di aver avuto una moto vera come unico mezzo di locomozione prima dell'auto. Quando ogni mio spostamento era in sella ad una Honda MTX-R 125, non c'era intemperia che tenesse. Neve, sole a picco, pioggia torrenziale, nebbia e chi più ne ha... Nulla poteva fermarmi. Paradossalmente le cadute più rovinose le ho subite con un tempo e un clima ottimo e questo è un po' il contrappasso del motociclista che si fa "male", quando tutto va così bene, che si rilassa troppo.


Quindi ho sentito un ex campione del mondo Classe 500 che dichiarava di andare forte col bagnato perché era un motociclista anche nella vita privata e che era sempre andato in giro in moto anche quando di mestiere non faceva il pilota professionista. Sono storiche alcune imprese sportive ottenute sotto il diluvio universale. Nel 1998 a Donington Park, gara delle 500, piove che Dio la manda e un pilota particolarmente incline alle piste bagnate si mette tutti dietro con la sua Yamaha WCM gommata Dunlop. Si tratta del neozelandese Simon Crafar, un buon pilota che aveva ottenuto risultati in Superbike, ma se avesse corso sempre sotto la pioggia sarebbe stato uno dei più forti di tutti i tempi. Nel 2007 a Le Mans, gara della MotoGP, sotto un acquazzone biblico, è il pilota del Team Rizla Suzuki, Chris Vermeulen che batte tutti e vince il Gran Premio di Francia, segnando l'unica vittoria in stagione per la casa di Hamamatsu. Precedentemente, e siamo al  1989, sull'allora Santamonica di Misano Adriatico, Pierfrancesco Chili, vince la gara delle 500, disputata in seguito ad un sciopero di molti protagonisti di quel mondiale che ritenevano la corsa troppo rischiosa con la pioggia. Si beccarono una multa pro capite di 2000 franchi svizzeri per aver disertato la gara dopo che non avevano avuto l'ok per disputare giri di prova per testare le condizioni dell'asfalto.


La pioggia nello sport è sempre un fattore ambiguo. Alcune gare si sono risolte con epiloghi memorabili, altre si sono svolte in parte, decretando classifiche con punteggio dimezzato e mezzi punti, determinanti per la vittoria del campionato. Il punto principale del fattore pioggia è la sicurezza dei partecipanti alle gare e spesso non s'indugia, ma si tende a non correre più del necessario per omologare i risultati dei GP. Meno spettacolo, ma più sicurezza è un po' la filosofia delle equipe dei commissari di percorso negli eventi di motociclismo sportivo. L'ultimo caso eclatante di vittoria su pista fradicia è la gara dalla Moto GP di Assen di quest'anno 2016 con Jack Miller che, dopo un'interruzione e una seconda partenza, vince quando tutti i big sono fuori dai giochi per le numerose cadute e solo Marquez capitalizza il risultato lasciando l'australiano libero di fare gara da solo accontentandosi del secondo posto.


Ci sono poi le road races, gare alle quali partecipano veri specialisti del genere, abituati ad affrontare le strade sotto ogni tempo. Il Tourist Trophy dell'Isola di Man è comunque una gara che viene continuamente valutata durante le due settimane di prove e gare, entro le quali non si lascia nulla per scontato e se non è stata sospesa per pioggia, comunque lo è stata per nebbia. Significa un'attenzione altissima riguardo il meteo su un tracciato stradale dove si può passare in un solo giro di 60 km dalla pioggia, al sereno, alla foschia più fitta, rendendo tutto più difficile. I partecipanti a queste competizioni sono spesso europei britannici, capaci di rendere anche in condizioni di tempo avverso, poiché il territorio in cui sono cresciuti non offre certo giornate mediterranee.


vignetta di LUCA RUGGERI

Detto questo, invito tutti i motociclisti a non disdegnare le giornate variabili. Col giusto equipaggiamento e la giusta mentalità, si può trarre molto da esperienze di questo tipo. E si può imparare a non avere un solo modo di guidare che rende limitante il viaggiare in moto. Ed è risaputo che la cosa più bella della moto è andarci in giro.

sabato 26 marzo 2016

Un'invidiabile certezza...


Due dita verso il centro della strada, esposte a mezz'altezza, timide e schive o larghe e robuste, identificano il saluto dei motociclisti, che chi viaggia conosce bene. Andare in moto porta a conoscere un linguaggio che va oltre quello tecnico, che sa far comunicare individui sconosciuti, di estrazioni sociali e culturali diverse, ma con tanto in comune. Basta prendere la moto e partire lungo i percorsi che incorniciano le regioni italiane e d'Europa. Sole, pioggia e altro non modificano la sensibilità del motociclista nel voler riconoscere sé e la propria passione nell'altro. Il saluto dei motociclisti è diventato un marchio di fabbrica, un simbolo di appartenenza e un vanto da esibire come segno di civiltà.


La cosa più interessante di quest'usanza, sarebbe capire se quel saluto voglia dire sempre la stessa cosa, o se i significati possano essere diversi. Probabilmente c'è chi saluta perché vede negli altri un popolo a cui appartenere. Alcuni augurano un buon viaggio senza sapere quale sia il motivo o la meta dell'altro viaggiatore. Altri ancora lo fanno come per dire: "anche voi qui", ovviamente. Penso che i motivi siano molti e uno. Andare in moto accomuna e quel saluto accomuna ancora di più. Esistono piccole storie sul fatto che quelli sull'Harley e quelli col BMW, non salutano tutti o non sempre salutano, se non chi ha la stessa moto. Io dico che non è vero. O non lo è sempre. Personalmente conosco qualcuno che ha sia l'Harley che la BMW e che quindi non fa categoria. I maligni sono sempre pronti a sottolineare che certi "biker" non salutano chi non appartiene allo stesso genere, ma come sapere che, chi guida una Honda, non possa avere anche una bella 883 in garage. E come si fa a credere che chi guida una tedesca, non sia un amante delle super sportive italiane o giapponesi? E chi ha un KTM, non deve per forza disprezzare una bella Moto Guzzi.


Abbandonando questi stupidi stereotipi, si può semplicemente dire che per il motociclista è diventata abitudine salutare un altro motociclista. E come accade anche al sottoscritto,  che a volte il saluto non sia ricambiato, è solo per il plausibile motivo che si deve stare attenti alla guida, con le mani ben salde sul manubrio e l'occhio che guarda già oltre la curva, oltre chi ci precede. Concludo dicendo che se questo modo di affrontare la gente che incontriamo fosse esteso alla vita intera e non solo relegato al viaggiare in moto, probabilmente ci sarebbe più educazione e rispetto. Un rispetto che non prevede gara tra esseri della stessa specie, ma una sfida vera che ti fa crescere. Che ti lega ad un mondo, spesso meraviglioso. Di tutte le categorie che si spostano sulle strade di tutto il mondo, solo i motociclisti vantano un saluto popolare e inimitabile come questo. E so che mi basta prendere la moto e percorrere pochi chilometri per poter confermare quest'invidiabile certezza.

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