Visualizzazione post con etichetta Parole da bar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parole da bar. Mostra tutti i post

sabato 2 maggio 2020

Come i "Carbonari"


Ricordo ancora quella volta che entrando nel bar con mio padre da ragazzino, vidi alla tv del locale che trasmettevano una gara di moto. Convinto che si trattasse del Motomondiale, mi sedetti a guardare con il solito entusiasmo. Ma mentre mi accorgevo che di Motomondiale non si trattava, mio padre, grande estimatore della classe 500 e dei suoi protagonisti dell'epoca, mi disse "Ah...è la Superbike! Lì corrono Ducati, Bimota, moto particolari! Non è la 500!". Rimasi perplesso, avevo circa 8/9 anni e non ne sapevo niente di quel campionato che prendeva il via proprio quell'anno. Così, per qualche tempo, grazie anche alla copertura televisiva (molto limitata), tutta in favore dei Gran Premi delle due tempi, non seguivo queste "moto particolari" Fu grazie alla mia voglia di sapere sempre qualcosa in più sulle moto che sfogliando Motosprint, qualche anno dopo (avevo già l'età del motorino), trovai un servizio sul campionato Superbike che stava per iniziare.


Non sapevo chi fossero i piloti, nomi mai sentiti e su quelle moto. Kawasaki, Ducati, Honda, così diverse da quelle del Motomondiale che mi chiedevo cosa fossero. E poi la formula, due manches nello stesso pomeriggio, in circuiti diversi dal calendario dei GP. Stupore e fascinazione al tempo stesso. Leggevo nomi "esotici", piloti americani, inglesi, neozelandesi, ma anche tanti italiani mai visti nella 250 o nella 500 di allora... Qualche giapponese e moto stupende uguali a quelle che vedevo per strada. E poi il nome, "Superbike", mi sembrava così poco tecnico, così fumettistico da non capire bene cosa fosse. Da quel momento in poi bisognava recuperare. Dovevo vedere qualche gara di questi piloti sconosciuti, capire per chi tifare. Mi sarei fatto un beniamino, o più di uno. Magari mi sarei affezionato ad una marca di moto come Ducati, che non gareggiava nei GP, ma non ne vedevo nemmeno molte in strada. Mi colpiva che sulle carene di questi bolidi non comparissero molti sponsor, non erano variopinte e flash come la Suzuki di Schwantz o la Yamaha di Cadalora tipo pacchetto di sigarette, o come la Honda HRC ufficiale coi colori della benzina. Erano semplici, come uscite dal concessionario, senza una grafica ammiccante a con un fascino particolare.


La verdissima Kawasaki del campione statunitense Scott Russell sembrava enorme, mentre le Ducati 888, erano tante e parevano tutte uguali. Ma perché non erano pubblicizzate queste gare? Intendo, sulle riviste specializzate sì, ma per quale motivo non trovavo un canale che trasmettesse le gare la domenica? Quella volta nel bar non vidi granchè. Nessuno seguiva veramente la trasmissione, era capitato per caso e solo la mia curiosità aveva notato una differenza interessante, un'alternativa per chi ha sete di gare e motori. Mi tenevo aggiornato sulle pagine di Motosprint, ma non trovavo una differita e tantomeno una diretta, che potesse placare la mia voglia di vedere correre la Superbike.


Come molti appassionati sanno, questo campionato ha comunque avuto fortuna nel tempo ed ha trovato spazio mediatico, con l'aumentare dello spazio nel cuore degli amanti delle gare di moto. Dopo qualche anno infatti, qualcosa iniziava a muoversi e la Superbike aveva raggiunto un buon livello di interesse non più ristretto al pubblico, ma esteso anche alle aziende che producono moto. Tanto che, dopo un po', nacque una categoria di cilindrata inferiore denominata Supersport. In tempi dove il segnale tv era ancora analogico e non si poteva usufruire di molti canali come col digitale terrestre, qualche emittente iniziò a trasmettere resoconti e qualche gara. Finalmente si poteva seguire in modo ancora un po' macchinoso il mondiale delle derivate di serie. Così, a tarda ora, su reti locali che avevano la possibilità di trasmettere qualcosa di internazionale, si vedeva la Superbike, con le sintesi, molto "asciutte", della due gare della domenica. Una meraviglia per me, ma penso fossimo in due o tre per tutto il comune dove abitavo, che si prendevano la briga di scorrere il telecomando oltre al tasto 6 per trovare la trasmissione. E poi ci si incontrava e parlavamo di Fogarty, di Slight, di Gobert e sembravamo i Carbonari nel loro parlare con codici criptati, di un movimento che la massa non conosceva o non aveva ben presente.


In realtà la Superbike aveva impiegato ben meno tempo di quello che si può pensare per far innamorare gli appassionati, ma continuava a soffrire di una scarsissima pubblicità mediatica e di una copertura televisiva non all'altezza del pubblico che gremiva le tribune di Monza, Misano o Imola.
Per questo motivo eravamo dei nottambuli, che non trovavano un articolo sui quotidiani sportivi. Piuttosto l'ippica o il badmington, ma non la Superbike, sulle ultime pagine della Gazzetta. Così mi ha fatto gioco dire che eravamo come i "Carbonari" che cospiravano la notte contro il sistema pre-risorgimentale. Era un sistema anche quello, ma non offriva spazio al movimento che nel tempo farà parlare per il calore e i numeri del pubblico che va in circuito. Infatti la tv non è stata comunque un crescendo di divulgazione dal quale non si è tornati indietro. Anzi, pur mantenendosi costante e vivo il seguito della Superbike, il tubo catodico ha avuto alti e bassi. Mi ricordava Carlo Baldi (che ha usato per primo il termine Carbonari e a cui dedico questo editoriale), che ci fu una stagione dove i diritti televisivi di questo campionato se li era aggiudicati la Rai. Il risultato fu che la gara veniva trasmessa solo in replica il lunedì sera a mezzanotte e non si vedeva la Supersport. E' stato un trend altalenante, come già detto prima, che ha avuto anche delle stagioni con un buon successo di ascolti e specialmente nell'ultimo periodo, le emittenti che si sono guadagnate l'esclusiva, hanno programmato un palinsesto adeguato all'evento.


Dopo lo stop obbligatorio per l'emergenza Covid-19, molti aspetti di questo campionato dovranno essere ragionati e valutati in funzione della ripartenza, e sono convinto che ripartiremo con una buona copertura televisiva. Altrimenti, come dal nulla, torneranno i Carbonari.

Alex Ricci.

giovedì 25 maggio 2017

Dove sono le sigarette...?


Leggendo con piacere il post di Carlo Baldi dal titolo è il momento di cambiare, pubblicato su moto.it qualche giorno fa, è sorta in me una riflessione istintiva. Pensavo alle corse, alla Superbike, al motorsport in generale, rendendomi conto che manca qualcosa. Passeggiando per il paddock, osservo i movimenti e le attività di un po' tutti i team. Posso rendermi conto del rapporto che c'è tra queste manifestazioni ed il pubblico. Chi possiede un pass per il week-end di Superbike, vive un'esperienza dall'interno, ma anche chi va con un biglietto acquistato per trascorrere una giornata di gare, usufruisce dell'ospitalità che gli stand e gli sponsor mettono a disposizione. Gadgets, giochi, curiosità, fanno parte delle pubbliche relazioni che connettono il visitatore appassionato a questo mondo e specialmente a chi investe per farsi pubblicità. Questi campionati hanno comunque una sorta di dna al quale ci s'affeziona. E' importante, per chi segue le derivate della serie, che lo spettacolo e la "fruibilità" del prodotto, restino inalterati. In un periodo dorato del Motomondiale, dove dalla classe 125, alla 500, passando per le mitiche 250 due tempi, sorgeva il mondiale Superbike sulla falsa riga di quelle che erano le gare del campionato statunitense, più comunemente chiamato "AMA". All'epoca, la classe regina, "la 500", godeva di grande qualità da parte di team, piloti e case ufficialmente impegnate.


Ricordo che mio padre, vedendomi interessato ad una gara trasmessa in TV (guardata al bar), dove le moto erano stranamente in maggioranza rosse (le ducati), sminuiva il mio entusiasmo con un'affermazione: "Ma quella è la Superbike"! All'epoca aveva ragione! Con gente come Schwantz, Lawson, Rainey, Doohan, Gardner, Cadalora, Kocinski, nulla poteva competere in quanto a show. Però il tempo passa e siamo tutti capaci di ragionare. Alla fine degli anni novanta, il Motomondiale ha imboccato la strada che l'ha condotto al punto in cui si trova oggi. Fu proprio in quel frangente che gli "avvelenati" di gare motociclistiche, volsero la propria attenzione sulla Superbike dove i vari Scott Russel, Carl Fogarty, Aaron Slight o Anthony Gobert, erano le nuove leggende viventi. In più, le moto partecipanti, erano le stesse che avevamo nel garage, pronte per il giro domenicale. Ducati su tutte, ha avuto in questa categoria il proprio banco di prova e l'unica disciplina moderna nella quale primeggiare in favore di un consistente, ma estremamente necessario, ritorno d'immagine.


Oggi, sia Motogp che Superbike, soffrono un po' perché non hanno quei riscontri che avevano un tempo, grazie ad appassionati fedelissimi che, a dispetto di altri sport, spendevano cifre ragionevoli per andare ad Imola o al Mugello, divertendosi a veder sfrecciare i propri beniamini. Cinque anni fa, Dorna ha acquisito la gestione del WSBK dai precedenti gestori (ed inventori), garantendo che sarebbe rimasto intatto lo spirito di questa categoria (leggete questo che dico da Baldi) ndr. Inoltre, la scelta di Dorna, era diventata prioritaria quando, televisivamente e come presenze di pubblico negli impianti, questo campionato aveva superato le cifre della Motogp. Alcuni importanti sponsor del motorsport, diressero il proprio interesse verso la Superbike e come già nel Motomondiale e nella Formula 1, l'industria del tabacco, colorava carenature e camion del team Ducati di Ben Bostrom.


Le leggi che hanno vietato la pubblicità delle sigarette e addirittura, obbligano i colossi del fumo a mettere sui pacchetti, scritte ed immagini che scoraggiano il fumatore, hanno di fatto segato le gare motociclistiche. Non voglio istigare al consumo di tabacco, ma voglio essere sincero e sottolineare che la potenza economica di chi fabbrica sigarette, ha inciso sulla qualità delle gare e dello spettacolo. Il calo del numero di fumatori non è attribuibile alla mancanza di pubblicità sulle moto, ma piuttosto all'informazione ed all'educazione che è stata fatta nelle scuole o negli ambienti lavorativi. Ai divieti messi nei locali (bar, ristoranti, cinema, ecc...), e non alla scomparsa dei loghi dalle moto. Con le risorse messe a disposizione da queste aziende, i team avevano la possibilità di competere quasi allo stesso livello e di offrire puro divertimento, oltre che coprire costi, che oggi sembrano insostenibili.


Gli avventori delle piste, ricevevano omaggi e gratificazione, spendendo una somma pari ad una pizza ed una birra con gli amici. Non potendo reclamizzare una sigaretta, come una barretta di cioccolato o un detersivo per il bucato, scrivere sulle fiancate il nome del prodotto era l'unico modo per fare marketing. Mi sembra quindi ovvia, evidente ed insensata l'ipocrisia che c'è dietro a questo moralismo contro l'industria del tabacco che, se tornasse ad esporre i propri colori negli autodromi e sulle fiancate di moto e hospitaliti, ci sarebbe tutto di guadagnato. Aggiungo che, toccare i regolamenti serve a sistemare qualcosa che non funziona da una parte, ma rischia di incrinare qualcos'altro di insospettabile, dall'altra. Come dice un mio caro amico, se anni fa avessimo avuto in Formula 1, almeno dieci team come la Minardi di Faenza (che comunque si qualificava sempre), le gare sarebbero state più belle. Se poi prendiamo le classifiche di Superbike e Motogp e le affianchiamo una all'altra e tracciamo una riga con la matita che le divide in due dall'alto verso il basso, possiamo notare che le due seconde metà sono equamente intercambiabili, ovvero che, salvo per i fenomeni e le migliori moto che stanno ai primi quattro posti, mezzo schieramento di una, vale il mezzo dell'altra categoria.


Ad oggi, solo Kawasaki, che in Motogp non ha raccolto alcun risultato, si è interessata direttamente alla competitività ed allo sviluppo del proprio prodotto supersportivo, dominando paurosamente la Superbike. Soluzioni all'orizzonte non se ne vedono e onestamente, per migliorare ci dovrebbe essere l'interesse diretto di tutti i costruttori impegnati nel campionato. E' ancora preferibile che le moto cosiddette ufficiali vengano date in gestione a delle strutture di livello, ma pur sempre esterne alla casa madre. Cosa che ha favorito specialmente Kawasaki. Ragazzi non fumate! Ma nelle corse...dove sono le sigarette? 

lunedì 15 agosto 2016

Motociclisti nella pioggia, perché alcuni vanno forte?


Stavamo tornando da un viaggio in Sicilia quando, tra Barberino e Roncobilaccio, sulla "vecchia" A1, ci becchiamo il diluvio. Sul tratto in cui in ogni stagione piove, decidiamo di fermarci a fare benzina e il punto della situazione. Casualmente un equipaggio a bordo di un GS di ultima generazione ha avuto la medesima idea, ma mentre noi ci limitiamo a fare rifornimento, a valutare l'intensità della pioggia e il cielo, per altro già buio, loro si vestono con una tuta anti acqua d'emergenza. Così decidiamo di continuare e che comunque arriveremo vicino a Bologna già fuori dal temporale. Mentre ci accingiamo a partire, scambiamo un cordiale saluto motociclistico con gli altri viaggiatori, ma questo fa scattare la proverbialità altrui: "Se non avete la muta da acqua, è meglio che non partiate!". A questo punto mi scuso col lettore e dico; ma vi pare una cosa da motociclisti questa frase? Quindi rispondo: "Sè! Stà d'avdé!!!" (Si! Stai a vedere!!!), metto la prima, e parto. Da quel momento nulla poteva più fermarci e la pioggia era solo un dettaglio in una guida fluida e sicura, senza sbavature e concreta. Abbiamo lasciato gli altri dietro e ci siamo lanciati verso Sasso Marconi superando un'auto dopo l'altra, in totale sicurezza e prudenza, ma con una velocità di crociera accettabile.


Mi è capitato spesso di uscire in moto nei week-end e di beccare la pioggia a 1000 mt., ma di non preoccuparmi tanto e di percorrere i tornanti con un passo accettabile. I fattori si sballano quando piove, ma si tratta di saper accettare quello che viene e volgerlo a proprio favore. Tutto è falsato con un asfalto bagnato che non drena bene. Ma avere cura della propria moto equivale ad avere cura di se e della propria incolumità. Così, gomme sempre performanti e moto perfettamente funzionante. Il resto lo fa il polso e l'esperienza. C'è un immagine strana che appare nella mia mente ogni volta che piove e sono in giro in moto, le uova! Cartoni di uova disposti a tappeto sono la figura che si staglia nella mia mente, mentre guido sul bagnato cercando di sfruttare comunque il potenziale della moto. Mi vedo con le ruote su questi cartoni di uova che non sono così fragili, ma non devo andare ne piano, ne forte, altrimenti si spiaccicano.


Con questa concentrazione, è tutta questione di esperienza. Col passare del tempo, mi viene da dire che amo la pioggia come fattore atmosferico sul quale misurare le mie capacità. Alcuni mi direbbero che non ha senso uscire in moto se piove, perché il gusto non c'è nel bagnarsi all'inverosimile. Ma l'esperienza è dovuta al fatto di aver avuto una moto vera come unico mezzo di locomozione prima dell'auto. Quando ogni mio spostamento era in sella ad una Honda MTX-R 125, non c'era intemperia che tenesse. Neve, sole a picco, pioggia torrenziale, nebbia e chi più ne ha... Nulla poteva fermarmi. Paradossalmente le cadute più rovinose le ho subite con un tempo e un clima ottimo e questo è un po' il contrappasso del motociclista che si fa "male", quando tutto va così bene, che si rilassa troppo.


Quindi ho sentito un ex campione del mondo Classe 500 che dichiarava di andare forte col bagnato perché era un motociclista anche nella vita privata e che era sempre andato in giro in moto anche quando di mestiere non faceva il pilota professionista. Sono storiche alcune imprese sportive ottenute sotto il diluvio universale. Nel 1998 a Donington Park, gara delle 500, piove che Dio la manda e un pilota particolarmente incline alle piste bagnate si mette tutti dietro con la sua Yamaha WCM gommata Dunlop. Si tratta del neozelandese Simon Crafar, un buon pilota che aveva ottenuto risultati in Superbike, ma se avesse corso sempre sotto la pioggia sarebbe stato uno dei più forti di tutti i tempi. Nel 2007 a Le Mans, gara della MotoGP, sotto un acquazzone biblico, è il pilota del Team Rizla Suzuki, Chris Vermeulen che batte tutti e vince il Gran Premio di Francia, segnando l'unica vittoria in stagione per la casa di Hamamatsu. Precedentemente, e siamo al  1989, sull'allora Santamonica di Misano Adriatico, Pierfrancesco Chili, vince la gara delle 500, disputata in seguito ad un sciopero di molti protagonisti di quel mondiale che ritenevano la corsa troppo rischiosa con la pioggia. Si beccarono una multa pro capite di 2000 franchi svizzeri per aver disertato la gara dopo che non avevano avuto l'ok per disputare giri di prova per testare le condizioni dell'asfalto.


La pioggia nello sport è sempre un fattore ambiguo. Alcune gare si sono risolte con epiloghi memorabili, altre si sono svolte in parte, decretando classifiche con punteggio dimezzato e mezzi punti, determinanti per la vittoria del campionato. Il punto principale del fattore pioggia è la sicurezza dei partecipanti alle gare e spesso non s'indugia, ma si tende a non correre più del necessario per omologare i risultati dei GP. Meno spettacolo, ma più sicurezza è un po' la filosofia delle equipe dei commissari di percorso negli eventi di motociclismo sportivo. L'ultimo caso eclatante di vittoria su pista fradicia è la gara dalla Moto GP di Assen di quest'anno 2016 con Jack Miller che, dopo un'interruzione e una seconda partenza, vince quando tutti i big sono fuori dai giochi per le numerose cadute e solo Marquez capitalizza il risultato lasciando l'australiano libero di fare gara da solo accontentandosi del secondo posto.


Ci sono poi le road races, gare alle quali partecipano veri specialisti del genere, abituati ad affrontare le strade sotto ogni tempo. Il Tourist Trophy dell'Isola di Man è comunque una gara che viene continuamente valutata durante le due settimane di prove e gare, entro le quali non si lascia nulla per scontato e se non è stata sospesa per pioggia, comunque lo è stata per nebbia. Significa un'attenzione altissima riguardo il meteo su un tracciato stradale dove si può passare in un solo giro di 60 km dalla pioggia, al sereno, alla foschia più fitta, rendendo tutto più difficile. I partecipanti a queste competizioni sono spesso europei britannici, capaci di rendere anche in condizioni di tempo avverso, poiché il territorio in cui sono cresciuti non offre certo giornate mediterranee.


vignetta di LUCA RUGGERI

Detto questo, invito tutti i motociclisti a non disdegnare le giornate variabili. Col giusto equipaggiamento e la giusta mentalità, si può trarre molto da esperienze di questo tipo. E si può imparare a non avere un solo modo di guidare che rende limitante il viaggiare in moto. Ed è risaputo che la cosa più bella della moto è andarci in giro.

sabato 26 marzo 2016

Un'invidiabile certezza...


Due dita verso il centro della strada, esposte a mezz'altezza, timide e schive o larghe e robuste, identificano il saluto dei motociclisti, che chi viaggia conosce bene. Andare in moto porta a conoscere un linguaggio che va oltre quello tecnico, che sa far comunicare individui sconosciuti, di estrazioni sociali e culturali diverse, ma con tanto in comune. Basta prendere la moto e partire lungo i percorsi che incorniciano le regioni italiane e d'Europa. Sole, pioggia e altro non modificano la sensibilità del motociclista nel voler riconoscere sé e la propria passione nell'altro. Il saluto dei motociclisti è diventato un marchio di fabbrica, un simbolo di appartenenza e un vanto da esibire come segno di civiltà.


La cosa più interessante di quest'usanza, sarebbe capire se quel saluto voglia dire sempre la stessa cosa, o se i significati possano essere diversi. Probabilmente c'è chi saluta perché vede negli altri un popolo a cui appartenere. Alcuni augurano un buon viaggio senza sapere quale sia il motivo o la meta dell'altro viaggiatore. Altri ancora lo fanno come per dire: "anche voi qui", ovviamente. Penso che i motivi siano molti e uno. Andare in moto accomuna e quel saluto accomuna ancora di più. Esistono piccole storie sul fatto che quelli sull'Harley e quelli col BMW, non salutano tutti o non sempre salutano, se non chi ha la stessa moto. Io dico che non è vero. O non lo è sempre. Personalmente conosco qualcuno che ha sia l'Harley che la BMW e che quindi non fa categoria. I maligni sono sempre pronti a sottolineare che certi "biker" non salutano chi non appartiene allo stesso genere, ma come sapere che, chi guida una Honda, non possa avere anche una bella 883 in garage. E come si fa a credere che chi guida una tedesca, non sia un amante delle super sportive italiane o giapponesi? E chi ha un KTM, non deve per forza disprezzare una bella Moto Guzzi.


Abbandonando questi stupidi stereotipi, si può semplicemente dire che per il motociclista è diventata abitudine salutare un altro motociclista. E come accade anche al sottoscritto,  che a volte il saluto non sia ricambiato, è solo per il plausibile motivo che si deve stare attenti alla guida, con le mani ben salde sul manubrio e l'occhio che guarda già oltre la curva, oltre chi ci precede. Concludo dicendo che se questo modo di affrontare la gente che incontriamo fosse esteso alla vita intera e non solo relegato al viaggiare in moto, probabilmente ci sarebbe più educazione e rispetto. Un rispetto che non prevede gara tra esseri della stessa specie, ma una sfida vera che ti fa crescere. Che ti lega ad un mondo, spesso meraviglioso. Di tutte le categorie che si spostano sulle strade di tutto il mondo, solo i motociclisti vantano un saluto popolare e inimitabile come questo. E so che mi basta prendere la moto e percorrere pochi chilometri per poter confermare quest'invidiabile certezza.

domenica 22 novembre 2015

Tutto e niente!


C'è una voglia sfrenata di essere originali. C'è il bisogno primario di riscoprire, perché quello che abbiamo e che ci si prospetta, non ci piace. Meglio essere diversi, col risultato che si finisce per essere tutti uguali, perché nel gruppo i nostri pensieri si consolidano diventando certezze. I concetti sembrano affascinanti e puri, restano immaginari. Luoghi ove nessuno di quelli che ne parlano, andrà mai, ma si accontenterà di averlo detto, condiviso appunto, per potersi sentire sopra la massa. Si parla di tutto e di niente.


Barbe lunghe e ben curate, taglio di capelli anni '20-'30, occhiali da vista con montatura classica, tatuaggi "old school" e moto cafè racer. Così oggi ti propongono il mito della motocicletta, con gli Hipster che si sporcano le mani, ma se ne vanno all'aperitivo coi pantaloni da "acqua alta in casa" e i mocassini. La moto poi improvvisamente diventa un lento paracarro che conserva il fascino dei tempi che furono, ma con tutti i difetti delle moto di quegli anni.


Peggiora inoltre quando, come ho potuto vedere su web e riviste, indossa una "bella" carenatura a campana. Se le carenature a campana fossero state buone per qualcosa, sarebbero rimaste sulle moto moderne fino ad oggi. Ma l'importante è apparire fighi. Un po' per vendere i giornali, un po' per mancanza di idee, si riscopre il passato senza conoscerlo. La storia è importante e ci riguarda tutti anche se non sembra. Anche nel motociclismo, si può parlare di storia che, se la si conosce, non lascia dubbi su ciò che è vero e ciò che non lo è.


Poi compro "Raiders" e leggo che il direttore quest'estate ha fatto una "grande" scoperta: l'Alfa Romeo. Si è svegliato! Complimenti. Ma potrà mai essere che uno che conosce l'argomento motori, moto, motociclismo, improvvisamente, dopo più di cento anni, si rende conto che c'è l'Alfa Romeo?!?! L'Alfa è stata la grande auto portata ai successi internazionali da un pilota su tutti: Tazio Nuvolari. Il campione mantovano, paragonabile a Carnera o Coppi, è stato anche un grande pilota di moto e sono celebri la sue imprese con la Bianchi "Freccia Celeste" 350 o prima ancora in sella alla Norton M18 500 da corsa. Prima di dominare con le auto in tutti i circuiti e alla mille miglia, ha contribuito ad alimentare il mito delle corse in moto.


E' quindi facile arrivare a conoscere l'azienda automobilistica lombarda con poche informazioni su chi l'ha guidata, se si tratta di un ex motociclista appunto. Poi se vogliamo essere ancora più precisi, l'Alfa Romeo motorizzava anche degli aeroplani come il celebre SM 79 con tre motori 128 RC da 860 CV. L'Alfa è cresciuta di pari passo con l'Italia del secolo scorso.


Ma oggi se ami le due ruote, devi specificare. Infatti c'è chi pensa alle biciclette senza andare in bici, o meglio si fa costruire o acquista una bici a "scatto fisso" e senza freni come quelle da velodromo. Anch'esse rigorosamente vecchie, vintage, sono in grande spolvero tra giovani e che le portano in centro a far vedere, ma che non si sognerebbero mai di fare un giro in bici da corsa come i cicloturisti. La cosa più grave è che anche questa sciocca moda viene pubblicizzata sulle riviste di moto specializzate. Come se andare in moto e in bici fosse la stessa cosa.


La Paris-Dakar è da qualche anno un'avventura sudamericana e di conseguenza non parte dall'Europa e non arriva in Africa. Perché? Se vi siete mai interessati a questo tipo di corse, probabilmente ne saprete più di me. Ma voglio farvi notare di come non si mantenga viva una passione per l'Africa, dal momento che questo continente non è più un luogo sicuro per un rally. A renderlo un posto pericoloso ci abbiamo pensato "noi"! Senza portare nulla di buono ai popoli che hanno visto passare i veicoli da corsa tra le "loro" dune e le piste sterrate per più di vent'anni. Meglio andarsene e mantenere un nome storico come fanno le aziende in fuga dalle loro origini alla ricerca di manovalanza più economica.


Non rimpiango il passato perché sarebbe un peccato logico e morale, ma piuttosto rimpiango che il passato, o più specificatamente la storia, abbiano insegnato poco a chi invece crede di saperne di più. Questo è il mio rammarico perché, ci stanno la leggerezza e il divertimento legati alla passione, ma la nostra esistenza è una cosa seria nella quale fingere non conta niente. Preferisco pensare che il motociclista vero questo lo sa e sa essere quello che è. Tutto il resto è niente.

lunedì 21 settembre 2015

A cosa serve un'auto speciale, se basta una moto normale..?!?!



Il 13 agosto 2015, leggo la notizia che il figlio di un noto milionario svizzero ha incendiato la propria auto per incassare il risarcimento dalla compagnia assicurativa e poterne acquistare una nuova "speciale". L'auto in questione però è una Ferrari 458 Italia regalatagli dal facoltoso padre. Per non commettere imprecisioni, pubblico di seguito la notizia riportata dal sito della rivista Quattroruote:

Il piano era diabolico: assoldare dei complici per dare fuoco alla Ferrari 458 Italia regalatagli dal padre, ottenere i soldi dall'assicurazione e comprarne una nuova, magari una Speciale. L'esecuzione, però, non è stata perfetta e così un ventenne svizzero molto ricco ma decisamente poco lungimirante si è ritrovato in manette.   
Il piano. La notizia è stata diffusa dal quotidiano tedesco Bild e dalla stampa svizzera.Figlio di un milionario, con tanto di "paghetta" mensile fino a 9 mila euro, il ragazzo era evidentemente stanco non solo della sua Ferrari, ma anche della collezione del padre, composta da quindici supercar tra cui una Lamborghini. Secondo quanto emerso dalle indagini, nel marzo del 2014 il ragazzo si era anche informato presso un concessionario, facendosi valutare la 458 Italia e ottenendo una stima di oltre 170 mila euro. Tanti, ma non abbastanza per la Speciale che desiderava. Più alto, invece, il rimborso dell'assicurazione: e così è nato il piano incendiario.
È bastato un filmato. Stando al resoconto, per fare il lavoro sporco il ragazzo ha ingaggiato tre uomini, tra cui un dipendente dello stesso concessionario: i quattro si sono recati ad Augusta, in Germania, per dare fuoco all'auto nel parcheggio di una zona industriale. Peccato che il rogo sia stato filmato dalle telecamere di sorveglianza: agli inquirenti è bastato esaminare i tabulati telefonici per risalire al giovane e incastrarlo. Al processo, celebrato la scorsa settimana, il ragazzo se l'è cavata con 30 mila euro di multa e 22 mesi di libertà di vigilata, mentre ai complici ne sono stati inflitti tra i 14 e i 16. La Ferrari, però, non c'è più, così come i soldi per sostituirla: prima del processo, il padre del giovane ha infatti dovuto sborsare una cauzione da 200 mila euro.

Il Per quanto il fatto possa commentarsi da solo, si tratta di un capriccioso figlio di papà che non sa come dare un senso alla propria fortuna. Penso a quello che desiderava questo ricco ragazzo: incassare quanto bastava per prendere una nuova Ferrari "speciale". Come capita a molti, ha tralasciato l'aspetto fondamentale, che per avere qualcosa di speciale non basta che l'oggetto in questione sia esclusivo, ma occorre, anche nel caso di un'auto, che sia speciale ciò che si fa, quello che accade quando ci si prende un po' di tempo per vivere il proprio mezzo. Altrimenti si finisce per non apprezzare niente, neanche una Ferrari 458 Italia, che è già un oggetto con speciali qualità. 
Anche nel motociclismo però, ci sono purtroppo molti che commettono lo sciocco errore di basarsi sul prestigio della propria moto senza contare che essa è già "qualcosa" in quanto tale.


Anche nell'industria motociclistica esistono modelli particolarmente costosi ed esclusivi, ma non hanno effettivamente una grossa presa sul popolo dei centauri, soprattutto i più incalliti. Infatti non se ne vedono molte tra i folti gruppi di motociclisti che ogni fine settimana raggiungono i luoghi cult del nostro territorio. Questo perché la moto deve avere principalmente le caratteristiche di una buona macchina affidabile, relativamente potente, esteticamente apprezzabile (e anche questo è relativo), e che faccia al caso di chi la guida


Viaggiando su una normale moto, dalle caratteristiche minime per essere considerata tale, si riesce a scoprire un modo e uno stile di andare per strada che allontana il lusso sfrenato. Quando si va con la propria moto, che valga qualche centinaio di euro o che sia un modello costoso sopra la media, poco cambia. Il gusto di guidare impattando con l'aria che ti avvolge il casco e la giacca, il profumo che si può annusare se si va in campagna o per strade di montagna, l'ebrezza della velocità che non ha altre similitudini, sono tutti esempi di un rapporto con la moto, la vita e se stessi. Si possono assaporare luoghi pienamente, forti della forma di viaggiare che contraddistingue un motociclista, a volte scomoda, ma sempre con quello spirito d'avventura che abbatte ogni piccolo disagio. Esistono moto adatte a tutti i percorsi, a tutte le mete, a tutte le tasche, a tutte le menti e la cosa positiva è che sono tutte moto normali.


Credo che nessuno, pur volendo emulare "Ghost Rider", incendierebbe volutamente la propria moto. Sarebbe come bruciare se stessi e tutte le storie vissute in sella. Non c'è ricordo, souvenir o cartolina che indichi meglio un'esperienza, dell'emozione di fare un nuovo giro sulla stessa moto che ti ha portato sulle Dolomiti, nel Mediterraneo, all'Elefantentreffen, al bar dagli amici, al lavoro o tra i tornanti dell'appennino tosco-romagnolo. Gli assicuratori possono dormire sonni tranquilli. I loro clienti motociclisti "veri" non bruceranno la propria moto. La cambieranno, alcuni la criticheranno, la romperanno e l'aggiusteranno, ma non sarà il rogo a fargli perdere il sonno. E se proprio qualcosa brucerà, sarà la voglia di provare sempre quelle emozioni che una moto normale può dare e un'auto speciale no.

venerdì 18 settembre 2015

Moto GP o Superbike? Meglio che trovarsi un lavoro...


Domenica 13 settembre 2015, il GP di San Marino e della riviera di Rimini, al circuito "Marco Simoncelli" (ex Santamonica) di Misano Adriatico, si è svolto nella bagarre dei box, per il cambio moto, causata da un meteo variabile che ha costretto i piloti ad entrare e uscire un paio di volte dalla pit-lane. Il giorno seguente leggo che i piloti hanno tribolato. Chi si è fermato prima ancora di partire per problemi alla moto, chi ha avuto l'audacia di continuare la corsa con le gomme sbagliate e poi si è fermato troppo tardi a cambiarle, chi è stato bravo e ha capitalizzato la strategia dei box portando a casa un risultato da podio. Ok! A me sembra pazzesco, ma andiamo per gradi.


Domenica mattina, sulla gazzetta rosa, leggo lo schieramento di partenza. I nomi non sono nuovi. Molti sono giovani, ma con già qualche anno di gare ad alto livello alle spalle. Altri sono sempre lì, paralizzati nel loro ruolo di comprimari della domenica. Ci sono alcuni nomi che erano al dodicesimo posto a vent'anni e a trenta sono ancora al dodicesimo. Ci sono altri che sono eterne promesse, ma se fossero stati eterne bugie, avrebbero avuto più credibilità. Ci sono poi i campionissimi, quelli che hanno vinto con superiorità, ma contro nessuno. Molti di questi nomi, un anno prima, correvano nel campionato Superbike, ma due anni prima correvano sempre nel campionato moto GP. Cosa può significare questo? Che si tratta di un appiattimento della categoria, della competitività, dello sport, del motomondiale. E' vero che c'è ancora il signor Rossi a tenere alto il livello delle gare, ma resta il fatto che il campione di Tavullia, non è altro che il traghettatore di questo sport dall'era più eroica all'epoca moderna, dove conta esserci, fare il proprio mestiere, non chiedere troppo e rosicare ancora meno. Questo fa sì che oggi lo spettatore di queste gare, sia davanti ad una favola, una specie di recita, dove avere simpatie per un pilota da quinta fila è impossibile, poiché quella quinta fila lo identifica in un non probabile vincente.


Credo sia difficilissimo per un giovane, che non conosce questo sport da anni, appassionarsi alle corse guardando in TV o al circuito le gare di oggi. Un paio di pretendenti alla vittoria, un saltuario terzo incomodo e tanti impiegati che fanno bene il proprio mestiere. Parlando con un esperto ex pilota degli anni '70, che per ovvi motivi lascio anonimo, ho avuto conferma che oggi, molta dell'attività legata alle corse, si svolge nel "backstage" dei gran premi, dove sponsor, case costruttrici, entourage dei corridori e tutti gli altri interessi del caso, pianificano lo scacchiere delle corse e delle stagioni successive, senza nemmeno vedere le gare. Senza seguire la corse dal punto di vista prettamente sportivo, che dovrebbe essere quello che conta maggiormente.


C'è quindi una concomitanza di fattori contingenti che supera di gran lunga la passione e l'appassionato. Poi esiste il lato che più colpisce il cuore delle corse. Come già detto, i piloti sono molto diversi dal modello originale e se non fosse perché stanno ore in sella ad una motocicletta da corsa, potremmo confonderli con degli sciatori o dei paracadutisti. Ad oggi, il pilota di Superbike o moto GP non ha la benché minima idea di che cosa sia avere a che fare con la fatica di mettere insieme un team, di viaggiare scomodo, di condividere veramente una roulotte o una camera con un meccanico, che potrebbe essere lo zio o addirittura il padre del ragazzo. Oggi, l'ultimo della griglia di partenza è "carico come una molla" di tutto quello che non gli serve. Con un fisico asciutto e scolpito quanto basta per essere un vero atleta, alterna al motociclismo altre attività come la bicicletta, il running, il nuoto, seguendo un certa dieta. Comunica con i social (che a mio avviso è dannoso più delle sigarette) e si ritaglia spazi degni di un grande campione, senza aver mai vinto niente. Certo, lui è lì; che fa un mestiere fighissimo, mentre altri non se lo possono nemmeno sognare. Ma a che scopo? Perché qualcuno dovrebbe simpatizzare per un pilota di ottava categoria, se non c'è il barlume di una reale competitività?


Penso che chi corre in moto, lo faccia perché ha qualcosa da vincere o da dimostrare. Ma negli ultimi dieci anni, mi son fatto l'idea che possa essere per molti un bel mestiere, basta sapersi riciclare in connessione con chi gestisce gli interessi di questo circo della velocità.
Credo di non aver detto nulla di nuovo o di inimmaginabile, ma credo di dover fare un altro riferimento fondamentale al passato. E' limitante pensare che gli anni che furono conservino il meglio del meglio, ma pensate un attimo a chi correva anni fa. Guadagnava il giusto e troppo poco per giocarsi la pelle. Avevo la sensazione che i piloti fossero tutti pronti a darsi battaglia, senza esclusione di colpi.


Facce alla Clint Eastwood, alla Lee Marvin, che sapevano il fatto loro ancora prima dell'accaduto. Facce da pistoleri o da bravi ragazzi, con un forte sense of umor agonistico. Nemici in pista e compagni di scuola fuori. Questo si vedeva osservando i piloti. Le loro gare erano vere scorribande, fatte sì di classe e ragionamento, ma pur sempre corse nel senso più atavico del termine.


E' vero! Forse c'erano più pericoli per tutti e anche più inconsapevolezza, più ignoranza. Ma era impensabile sentire come oggi, che la ragione per cui un Valentino Rossi non arriva primo sia legata alla strategia dei box e ad una sua ingenuità. E' impensabile che due "pilotini" come Redding e Smith se arrivano a podio siano dei grandi, perché anno ottimizzato le soste al cambio moto. Forse tutto questo è impensabile. O forse quello che dico è sbagliato e mi va bene così, ma non ricordo gare entusiasmanti dal periodo del secondo/terzo titolo vinto da Mick Doohan. Da metà degli anni novanta, come direbbe un vecchio cantante, tutto il resto è noia.


mercoledì 29 luglio 2015

Esiste una "brutta" moto?


Moto Morini Excalibur 350

Motore bicilindrico a V longitudinale, 4 T
Alesaggio per corsa 62,0 x 57,0 mm
Cilindrata 344 cc
Rapp. di compressione 11,0 : 1
Potenza max e regime 11,7 kw (27,7 cv) a 7.800 g/min
Velocità massima, 145 km/h
Cambio a 6 marce
Trasmissione finale a catena
Lubrificazione con olio nel carter
Raffreddamento ad aria
Avviamento elettrico
Accensione elettronica
Sospensione anteriore, forcella telescopica
Sospensione posteriore a due ammortizzatori
Ruota anteriore con pneumatico 100/90-18
Ruota posteriore con pneumatico 130/90-18
Freno anteriore a disco singolo
Freno posteriore a disco singolo
Peso in ordine di marcia 181 kg + conducente
Serbatoio carburante 17,0 litri

Le moto sono tutte belle. Non ne esiste una particolarmente brutta da non essere stata  apprezzata da qualcuno. Certamente i gusti personali e le mode del momento influenzano i motociclisti. Avere una moto che, per natura stessa, può dare quelle emozioni che sono la base del motociclismo, induce a pensare che di così brutte da non essere prese in considerazione, non ce ne siano. S'intende quindi che, chi ha avuto una certa moto, possa ricordarla legandovi aneddoti ed esperienze uniche, confidando che le moto servano anche a questo. Quando ci si ritrova tra amici motociclisti, s'incappa inevitabilmente in storie che hanno per protagoniste delle moto o, semplicemente, si racconta di come un modello o un'altro sia più bello, più prestazionale, o più affidabile. Questa volta, io e i miei amici della bottega, siamo finiti nel discorso della moto più brutta.


Aprilia Motò 6.5

Motore monocilindrico, 4 T
Cilindrata 650 cc
Potenza max e regime 30,7 kw (42,0 cv) a 6.250 g/min
Coppia max e regime 51.0 Nm a 4.500 g/min
Cambio a 5 marce
Trasmissione finale a catena
Lubrificazione con olio nel carter
Raffreddamento a liquido
Avviamento elettrico
Accensione elettronica
Sospensione anteriore, forcella telescopica
Sospensione posteriore, mono ammortizzatore
Altezza sella da terra 810 mm
Peso a secco 150 Kg

Ognuno ha espresso la propria idea e s'è giocato la propria carta, il proprio cavallo, facendo emergere che: io, Alex, 36 anni, blogger, motociclista appassionato di viaggi e di moto dal gusto un po' retrò, considero la Moto Morini Excalibur 350, la meno bella. Graziano, restauratore di moto ed allestitore di special su varie basi, classe '67, esperto di moto anni '50 e amante delle giapponesi, ha scelto l'Aprilia Motò 6.5, mentre Claudio, 53 anni, libero professionista, nonché guzzista convinto (guida una Bellagio aquila nera), ha puntato sulla BMW F 650 CS Scarver. Tutti modelli particolari e con un percorso commerciale difficile. A questo punto s'è scatenata tra di noi una classica briscola da bar, dove le moto sono assi e la partita una beffarda risata.


BMW F 650 CS Scarver

Motore monocilindrico, 4 T
Alesaggio per corsa 100,0 x 83,0 mm
Cilindrata 652 cc
Rapp. di compressione 11,5 : 1
Potenza max e regime 36,5 kw (50,0 cv) a 6.800 g/min
Coppia max e regime 62.0 Nm a 5.500 g/min
Cambio a 5 marce
Trasmissione finale a cinghia
Lubrificazione con olio nel carter
Raffreddamento a liquido
Avviamento elettrico
Accensione elettronica
Sospensione anteriore, forcella telescopica
Sospensione posteriore, mono ammortizzatore
Ruota anteriore con pneumatico 100/90-19
Ruota posteriore con pneumatico 130/80-17
Freno anteriore a disco singolo
Freno posteriore a disco singolo
Peso a secco 187 Kg
Serbatoio carburante 17,3 litri

Così, per gioco, ci siamo detti la nostra e io l'ho raccontata brevemente. Così, sempre per gioco, mi piacerebbe sentire altri pareri e curiosi aneddoti su quale potrebbe essere una moto non troppo accattivante per noi motociclisti.
Invito tutti quelli che passano per questo blog, a dire la loro e a suggerire altri esempi (cliccate per postare il vostro commento), considerando sempre che si tratta di motociclette, oggetti ai quali è comunque legata una parte della nostra esistenza.

domenica 25 maggio 2014

I motociclisti non sono tutti delle bestie...



Di motociclisti ne esistono di tutti i tipi. Questo perché sono persone e di persone ne esistono di tutti i tipi. Essendo quindi i motociclisti un sottoinsieme della popolazione che forma questa società, è normale che ognuno esprima differenti modi di fare motociclismo. Il punto però è un altro, ovvero che spesso i motociclisti vengono scambiati per una categoria di persone poco attente al mondo che li circonda. Meno avvezzi alla cultura di altre categorie, ma interessati a birra, musica rock, a dare del "gran gas" laddove la loro massima curiosità artistica si riduce a contemplare un pistone, magari un po' vissuto e quindi interessante. Insomma mi è stato fatto notare che scrivere per i motociclisti sia ambizioso, visto che generalmente chi possiede un cuore motociclistico non è un "fenomeno". Niente di più sbagliato! E' semplicistico e riduttivo credere che siano più o meno tutti una massa di ignoranti. Incapaci di fare una "O" con un bicchiere, se estratti dal contesto moto, motoraduni e via dicendo. Certo esisterà anche questo tipo di individuo, ma stiamo già andando in un ambito sociale più vasto e non ci compete. Restando quindi sull'argomento voglio fare esempi che la storia ci ha fornito, su come illustri personaggi (e in questo caso illustri significa sminuire) siano stati tra le varie cose dei motociclisti rispettabili.


Ernesto Guevara, meglio conosciuto come "Che", prima di essere sul fronte rivoluzionario a tempo pieno è noto per aver peregrinato in America Latina. Nel 1951, con l'amico Alberto Granado, partì in sella ad una Norton Model 18, 500 cc del 1939 , si chiamava la "Poderosa II". Il viaggio non terminò a Santiago, dove la moto abbandonò i due giovani vagabondi, o meglio loro l'abbandonarono perché non più in grado di marciare dopo vari incidenti stupidi e guasti. Resta comunque che il loro viaggio iniziò in sella ad una motocicletta, il mezzo di locomozione terrestre che più di tutti riesce a catalizzare l'idea di libertà sulla strada. Alla scoperta di un continente vasto come il Sudamerica, dove il clima e i paesaggi sono molti e diversi, la moto è stata un comun denominatore oltre alla lingua castigliana, oltre al fatto che ancora oggi si può rileggere il resoconto dei due amici nel libro "Latinoamericana" da cui il film "I diari della motocicletta" appunto.


Giovannino Guareschi, è stato un grande giornalista italiano e uno degli scrittori del Novecento più affascinanti e controversi. La sua vita è  stata segnata da fatti politici e legali connessi alla sua attività di vignettista, direttore di giornale, di scrittore. La saga di "Don Camillo" lo ha reso famoso ai più, e per la serie cinematografica lo ricordiamo tutti, ma molti non considerano che da buon emiliano fosse un motociclista appassionato.


Il mezzo che ha rimesso in piedi, o meglio dire in strada, gli italiani dopo l'ultima guerra, era una presenza nella vita dell'autore. Nel corso della sua vita viene infatti ritratto su moto di vari modelli e nelle pellicole del suo più grande successo, il sindaco "Peppone" guida un sidecar su base Guzzi G.T.W., visibile al museo di Brescello. Anche in questo caso un simbolo di ribellione, un'icona come la moto trova in Guareschi un personaggio fuori dagli schemi che non teme di dire quel che pensa e di fare il proprio mestiere con intelligenza non solo letteraria.


Sir. Thomas Edward Lawrence, o se preferite Lawrence d'Arabia, ha posseduto ben sette Brough Superior SS100. Il marchio inglese è da poco riapparso dopo aver chiuso alla fine della Seconda Guerra Mondiale e ha fatto spalancare gli occhi agli avventori dell'ultimo salone di Milano. La SS100 era considerata all'epoca una vera superbike, roba da piloti con gli attributi e il polso fine. Lawrence le aveva chiamate ciascuna col nome di sovrani britannici, da Giorgio I a Giorgio VII. Purtroppo, fu in un oscuro incidente con una di queste moto che il più importante cliente della Brough Superior, perse la vita. Oltre ad aver vissuto in medioriente e in maghreb come tenente colonnello di sua Maestà Britannica e aver sognato un grande stato arabo, Lawrence d'Arabia è riuscito a lasciarci un volume grosso come un dizionario bilingue intitolato "I sette pilastri della saggezza". Sette come le sue moto.




Anche Kafka, dall'alto della sua luminosa scrittura, ha avuto una passione per la moto. All'epoca, Franz Kafka era un cittadino dell'Impero Austro-ungarico e non vi era tutta la cultura motociclistica che si poteva riscontrare già in Gran Bretagna, o negli Stati Uniti. Esistevano comunque marchi come Laurin & Klement che producevano i primi modelli sullo stile di grosse biciclettone con impiantato un propulsore a benzina supportato da un grosso telaio. Lo scrittore de "Il processo" e de "La metamorfosi" era un ragazzo come tanti che amava divertirsi, fare sport come il tennis, frequentare ragazze, e girarsene in motocicletta. Fu proprio la motocicletta che ispirò uno dei suoi racconti.




Antonio Ligabue è un altro protagonista del Novecento artistico. Considerato "pazzo", e quindi rinchiuso in manicomio a Reggio Emilia, è stato uno dei maggiori controversi pittori dell'arte mondiale. Non ci si può limitare quindi a considerarlo schizofrenico o incapace d'intendere e di volere. Non poteva essere così matto se amava ritrarsi alla guida di una rossa Guzzi, con la sua espressione che, a osservarla bene, tanto strana non era. Anzi l'amore per le moto è un segnale che forse i pazzi sono stati quelli che lo avevano internato.


Per essere più attuali, possiamo prendere in considerazione personaggi come Marco Giallini, che prima di essere un bravo attore è soprattutto, a detta sua, un motociclista. Reso famoso dalla serie "Romanzo criminale" nel tempo si è affermato sia per ruoli drammatici, che per interpretazioni più leggere ed ironiche risultando sempre all'altezza del compito. In questo periodo il cinema italiano ha in Giallini una notevole risorsa data dalla sua bravura e intelligenza. Nel contempo l'attore romano firma la rubrica "pelle dura" sulla rivista Riders, ottenendo anche qui molti consensi.


Roberto Parodi ha scritto libri grazie alla passione per le moto e i viaggi. Grazie a lui possiamo prendere la moto come una viscerale esigenza di andare finché c'è strada da percorrere, finché la lancetta ti dice che c'é benzina e finché ci sono amici che riescono a condividere con te l'esperienza, finché nel petto batte un cuore a due cilindri. Così il deserto del Sahara o le montagne tra Cina e India, l'Elefantentreffen, o il motoraduno nel tuo paese diventano la grande metafora della vita, dove l'importante non è la partenza, nè l'arrivo, ma quello che c'è in mezzo. Parodi conduce su Italia 2 "Born to ride", oltre a scrivere per i periodici Low-ride e Biker's.


Credo di poter affermare che scrivere di moto e motociclismo sia un modo di trattare un argomento che per molti è passione vera. Non è quindi vero che scrivere con un piglio leggermente letterario sia superfluo, che ci possa essere qualche punta di filosofia nel raccontare cosa accade nel mondo dei motociclisti non è sbagliato. La storia e i personaggi del nostro contesto ci dicono che i motociclisti sono anche persone profonde e con una grande sensibilità nei confronti della vita e attenti nel viverla. E' per queste persone che vale la pena scrivere e non per chi crede che la moto sia solo uno svago per cinghiali su due ruote. Il reporter televisivo Paolo Beltramo in un collegamento dal paddok di Imola durante il mondiale superbike, ha reso noto che a Forlì esiste un'associazione culturale intitolata al compianto pilota Otello Buscherini, commentando con la frase "i motociclisti non sono tutti delle bestie". E' quindi a tutti loro che dedico questo post.




LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...