guzzi 500 "8 cilindri"

guzzi 500 "8 cilindri"
una moto da record: il 19 marzo 1957, Giuseppe Colnago porta la Moto Guzzi 8 cilindri alla sua prima vittoria al G.P. di Siracusa.

martedì 4 marzo 2014

La supersportiva è finita!

La supersportiva è finita! Questa dichiarazione sembra un delirio da bar di provincia, ma penso che sia il caso di fare una riflessione più acuta sull'affermazione. Le moto supersportive che troviamo oggi nelle concessionarie, sono il risultato di approfonditi studi tecnici in ambito sportivo. Offrono prestazioni di altissimo livello, sia per quanto riguarda la potenza, che per l'affidabilità dei materiali che migliorano tutti gli aspetti di un mezzo di questo tipo. Dalla miglior frenata, alla maggior stabilità, queste moto possono essere considerate un tripudio di tecnologia, capaci di fare la gioia di ogni aspirante pilota o pistaiolo della domenica. Battute a parte, queste moto sono le dirette discendenti (e non viceversa) delle superbike che corrono il campionato mondiale.


Sorge una domanda: ma questi veloci e prestazionali bolidi sono in grado di soddisfare veramente le esigenze dei motociclisti? O meglio, sono queste le moto che devono essere ammirate come punto d'arrivo di chi vuole avere "il manico"? Se queste sono le moto da "smanettoni", è lo "smanettone" il vero motociclista della strada? Secondo me no! Non può esistere un punto d'arrivo comune a tutti i motociclisti. Moto speciali, come una Suzuki GSX-R 1000 (che amo) o una Yamaha R1, sembrano mezzi senza limiti. Eppure ne hanno più di altre. Sono moto pensate e costruite per la velocità e, come dicevamo, offrono il meglio di una moto sportiva, ma diventano scomode, sgraziate, poco versatili e quindi limitate nell'odierno apparato stradale.


Io trovo che esistano moto incredibilmente funzionali alle realtà in cui si muovono, senza togliere al motociclista il gusto della guida vera. Una guida semplice, sicura ed emozionante. Le moto possono emozionare anche con le linee e le strutture che le compongono. Ci sono moto dal fascino intramontabile. Altre che sono state apprezzate per la versatilità. Altre ancora che sono capaci di solleticare la fantasia di chi ama "mettere le mani" e sporcarsele fin sotto le unghie. Il motociclismo vero, vive di passione senza ambire ad altro.  Se poi qualcuno avesse voglia di dimostrare il proprio personale "manico", non è necessario avere per le mani un mezzo da GP.


Le moto sono una scelta personale o casuale, ma sono un qualcosa capace di tirare fuori da ognuno di noi ciò che altrimenti non esisterebbe, quello che non potrebbe dare nessun altro veicolo. Una volta ho scritto che un mio amico importante mi ha detto che gli aerei sono moto che girano per aria. Penso che la moto sia in costante sospensione tra terra e cielo, per l'equilibrio dato dalle sole due ruote e per lo straordinario modo di farci vedere il mondo da varie inclinazioni. Credo che sia il mezzo più trasversale per andare da un punto all'altro, senza ribellione, ma con estrema consapevolezza dell'essere in movimento per qualcosa che vale più della moto stessa e delle sue prestazioni.

 
A Luigi.
 

mercoledì 12 febbraio 2014

La mia "Rivazza"...


 
L’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola è uno dei templi delle corse fin dalla sua nascita nel 1953. Molti sapranno che questo tracciato è nato pensando principalmente alle moto, portando in “terra di Romagna” (anche se Imola è provincia di Bologna), i più grandi motociclisti d’Europa e d’oltreoceano, a contendersi la vittoria in gare divenute epiche. Sono molto affezionato al circuito di Imola e ogni volta che ho avuto l'occasione di vedere una gara di Motomondiale o di Superbike ne ho sempre approfittato volentieri. Per essere precisi, è stato proprio sulle rive del Santerno che ho visto dal vivo la mia prima corsa del mondiale. Il caso ha voluto farmi scegliere come posizione la Rivazza, quella collina da cui si domina la doppia curva a sinistra che immette verso la variante bassa, ultima staccata prima del rettilineo del traguardo. Da quella volta non mi son mai più preoccupato di vedere le gare da altre zone della pista. Ho fatto qualche giro a piedi durante le prove per vedere la Tosa o le Acque minerali, ma il punto fisso per la gara è sempre stata la collinetta della Rivazza. La mia Rivazza è un ricordo dolce che si rinnova ogni volta. La mia Rivazza è la rugiada delle sette del mattino, quando per prendere i posti migliori, ci si posiziona sui seggiolini “incassati” nella terra. Per non bagnarsi le "chiappe" si usano giornali, alcuni una coperta o un cuscino da campeggio. In cima alla collinetta vi sono le baracchine della piadina che sfrigolano di continuo fin dalle prime ore del giorno e tutt’intorno si moltiplicano le figure di appassionati. Sembra un pellegrinaggio, uno di quegli eventi dove chi va sembra abbia qualcosa da chiedere, come un desiderio da esaudire. In quel punto i piloti di moto arrivano a razzo dalla variante alta e raggiungono la prima curva della Rivazza già in frenata. Poi escono, accelerano e subito giù in piega sempre a sinistra. Altri novanta gradi e poi via a gas spalancato verso la variante bassa che precede il rettilineo finale. Forse mi sono innamorato di quel pezzo di pista, quando mi son reso conto che si poteva vedere la fase finale di una gara spesso incerta fino alla bandiera a scacchi. Un’altra cosa molto bella della posizione è che ti puoi muovere e scegliere vari angoli. E’ molto bello andare fino al ponte che si trova sopra la pista e mettersi di lato vicino al ristorante il Faro. Da quella strada si vedono le moto arrivare piegate leggermente verso destra un attimo prima della “staccatona” in discesa. I piloti si vedono dall’alto e da questo punto preciso vidi nel 1995 Abe andare molto forte insieme a Mick Doohan sulle 500 due tempi, moto incredibili da guidare e quasi impossibili da domare. Le 250, arrivavano spesso appaiate, per mettersi in fila solo all’ingresso della prima curva, in una specie di bingo dove il primo estratto non sempre porta a casa il premio. La mia Rivazza è quella che, quando sei stanco, ti alzi e te ne vai a fare un giro  dietro le tribune, dove oltre ad un po’ d’ombra, trovi anche della pasta al ragù cucinata dal club di go-kart della città, persone sempre molto ospitali. La mia Rivazza è anche quella che mi fa godere perché all’ultimo giro si è tutti in piedi per esultare e applaudire i primi. E’ anche quella che rimane in piedi per il giro di rientro e si becca tutti i motociclisti stanchi che salutano il pubblico. Alcuni impennano, altri in piedi sulle staffe fanno dei burn-out sull’asfalto, altri, come successe una volta a Regis Laconi, rimangono senza benzina e se ne vanno a piedi ai box tra gli applausi. La mia Rivazza c’è sempre. E’ là, ferma e stabile come lo è nella mia mente, ma è uno di quei luoghi che non esiste sempre. Meglio dire non esiste tutti i giorni allo stesso modo. Mi chiedo se una sorta di animismo stia colpendo il mio cuore. Certo che non è sempre giorno di gara e non è sempre la mia Rivazza! Quella delle bandiere, degli striscioni, dei cappellini, delle trombette da stadio, degli occhiali da sole e del “casino”. Però, forse è così sempre, per chi la ricorda o per chi se la immagina.
 

Quando si entra in Imola, in auto o meglio in moto, s'incontrano molti cartelli che indicano la direzione per raggiungere le curve dell’autodromo, come se fossero località turistiche, o luoghi di culto…e in un certo senso lo sono.

domenica 26 gennaio 2014

Born to educate...


Nella puntata televisiva del programma ”Born to ride”, in onda martedì 21 gennaio, si è affrontato, tra i vari temi, quello della sicurezza, in merito ad un’intervista fatta alla polizia stradale. Gli agenti presi in causa, sono coloro che  svolgono il proprio mestiere lungo le nostre statali a bordo di motociclette. I nostri “Chip’s” per capirci. Roberto Parodi, durante la conduzione, cita testualmente: ”…una cosa curiosa per quanto riguarda le protezioni, è vero le protezioni sono utili e sicuramente male non fanno, però non so se avete notato che per cose molto più pericolose come può essere fumare le sigarette o bere l'alcol o magari andare a giocare, giocare soldi, a volte basta una piccola scritta su un pacchetto di sigarette o un avviso, gioca responsabilmente, bevi responsabilmente. Quando si tratta invece di prendere un provvedimento per i motociclisti, questo diventa subito una legge, le protezioni bisogna portarle, bisogna metterle, non bisogna metterle, io sono sicuro che quando decideranno di affrontare questo discorso lo affronteranno con delle leggi e non lo affronteranno come le scritte sui pacchetti delle sigarette. Questo forse mi fa pensare che i motociclisti vengano sempre un po' trattati come delle persone che devono avere una legge per fare una cosa altrimenti non la fanno, sarebbe bello vedere un po' più di fiducia nei confronti dei motociclisti, usa la protezione responsabilmente...” (per chi volesse vedere il servizio completo, ecco di seguito il link da cliccare)

http://www.video.mediaset.it/video/born_to_ride/clip_youngtoride/433993/la-polizia-stradale-spiega-qualche-legge.html.

Per quanto riguarda la guida di una moto, si sa che il casco omologato è obbligatorio. Non sono obbligatorie per legge le altre diverse protezioni, che possono comunque garantire maggior sicurezza a seconda dei casi, ma che rimangono a discrezione del singolo individuo. A questo punto è emerso che esistono cose pericolose che non sono assolutamente considerate tali l’andare in moto. Ad esempio: per quanto riguarda il gioco d’azzardo, il tabacco e l’alcol, sono sufficienti raccomandazioni di base, scritte sui pacchetti delle sigarette o sulle etichette dei vini o delle altre bevande. Nel caso poi del “gioco”, inteso come giocare denaro in lotterie e videolotterie, concorsi anche più semplici come un normale “gratta vinci”, basta dire “gioca responsabilmente”. Mi permetto di dire quindi che sarebbe più corretto “vivi responsabilmente”. Andare in moto è un modo di muoversi, di spostarsi, ma spesso è una vera e propria passione. Andare in moto è comunque una “falsa libertà”, perché come quasi la totalità delle cose inventate dall’uomo, prevede delle regole. Queste regole sono giuste o discutibili, semplici o difficili. E’ quindi il caso di azzerare un attimo i conti e pensare al motociclismo in modo primitivo. Se non ci fossero regole antiche inventate dall’uomo, cosa ci sarebbe a far da arbitrio all’eccedere nei comportamenti? Forse la testa intesa come coscienza. Se, come abbiamo detto, il casco omologato è un accessorio obbligatorio, allora serve a contenere la testa, che non deve mai smettere di ragionare, di funzionare, con una responsabilità ben più alta delle sole regole. Auspicando che tutti i motociclisti mettano la testa nel casco, mi sento di esprimere che chi viaggia in moto sia abituato ad allargare i propri orizzonti inevitabilmente, espandendo quindi la mente a luoghi e spazi che sono oltre i confini della strada, delle regioni, oltre la geografia. Confini che non possiamo attraversare se non da dentro noi stessi. La moto viaggia, ma qualcosa, come un percorso, si srotola dentro di noi.  E’ in questo caso che vedo superfluo ricordare a chi va in moto che deve portare il casco, che deve usare prudenza, che si deve regolare in base agli altri, quando spesso gli altri non si regolano alle moto. E’ così che comincia una polemica infinita e lo sappiamo, ma capite che le sigarette uccidono la gente sul divano di casa e per il bene di chi ci campa, basta una scritta sopra un pacchetto!?!? Il problema è la mancanza di sensibilità e di educazione. Basterebbe poco per far capire cos’è una moto a chi non lo sa e pensa che sia pericolosa. Tutto è pericoloso se fatto male…per tutto il resto occorre un po’ di fortuna.

 

domenica 12 gennaio 2014

Bray Hill in libreria: "Il cuore a due cilindri" di Roberto Parodi


 
Questo libro di Roberto Parodi, parla di come si può vivere la vita in costante sintonia con la propria moto. Il protagonista di questi racconti, nonché autore del libro, ci spiega come sia nata la sua incredibile passione per l'Harley-Davidson e per il viaggio su due ruote. "Il Parodi" nasce e cresce con la moto nel dna, ma è quando decide di comprare la sua Road-King, che consacra definitivamente se stesso alla "strada" e al motociclismo. Che si tratti di andare da casa all'ufficio, o all'Elefantentreffen non fa alcuna differenza. Nel petto gira un motore a due cilindri. Quindi il deserto marocchino o la statale che da Milano porta alla Liguria e al suo mare, sono la stessa cosa. Sono molto di più che un percorso. Più di uno spostamento da un punto ad un altro. Il viaggio è un qualcosa di interiore che accade e che si sviluppa con la voglia di "partire" e non la necessità di arrivare. Il viaggio è la metafora della vita perché ha le stesse critiche situazioni di un imprevisto, offrendo immense gioie e la bellezza di non dover contare troppo su calcoli precisi. Una volta organizzati meglio che si può, il viaggio su un'Harley è fatto anche di istintività, intuito e un po' di fortuna. I paesaggi dei balcani, le distese sahariane, il ghiaccio dei raduni tedeschi rafforzano il legame tra moto e motociclista. Chi legge questo libro può avvertire un senso di appartenenza o semplicemente il desiderio di staccarsi dagli stress quotidiani, inforcando quella moto che spesso resta troppo tempo in garage. Non dico che il segreto dell'andare in moto sia tra le righe di questo avvincente racconto di anni trascorsi, ma sicuramente "l'essenza" è "l'essenziale", perché la prospettiva dalla quale si guarda il mondo in cui ci troviamo, può cambiare in meglio se si è a cavallo di una moto; se batte un cuore a due cilindri...

sabato 7 dicembre 2013

Ciao Doriano...

 

Ho un nitido ricordo di Doriano Romboni nel motomondiale. La mattina di domenica 27 marzo 1994, con il mio amico Nicola, ero andato al bar prestissimo per vedere le gare, che venivano trasmesse in diretta sul canale a pagamento tele+2. Era l'anno in cui rimanevo incantato da Biaggi e dal suo modo di guidare. Il pilota romano insieme a Capirossi e Romboni appunto avrebbero dato spettacolo per tutta la stagione. Lo si poteva intuire già da quella gara. Si correva il gran premio d'Australia ad Eastern Creek. La gara fu un continuo sorpasso tra i tre alfieri italiani. Biaggi su Aprilia nera e bellissima, Loris Capirossi con la Honda del team Pileri e Doriano Romboni con una Honda gialla/bianca, i colori dello sponsor HB, e il numero cinque rosso sulla carena. Per tutto il tempo della corsa, le tre posizioni di testa, occupate dai nostri piloti italiani, sono state incerte e ognuno dei tre avrebbe potuto tagliare il traguardo per primo. Si arriva quindi alla volata finale e l'Aprilia di Biaggi, la più veloce ad uscire dall'ultimo curvone, riesce a dare una moto netta di distacco ai due inseguitori che, con due Honda 250 molto simili, praticamente uguali, sono appaiati e Capirossi è in leggero vantaggio. Ecco che sulla linea del traguardo, Loris ha come un attimo di esitazione, come se avesse il secondo posto sicuro. Mentre il romagnolo sembra allentare la presa, Romboni ancora chiuso in carena, lo beffa sulla linea di pochissimo agguantando un secondo posto più che meritato. M'è capitato così negli anni di ricordare Romboni come un pilota della mia adolescenza. Nelle chiacchere del bar o con gli amici appassionati come me, come un gran lottatore, protagonista di quel periodo e di molte altre gare della classe 250. Così come si era presentato a me, se ne è andato sabato 30 novembre di quest'anno. Era in sella ad una moto per beneficenza, insieme a tanti suoi amici e colleghi che l'han conosciuto, confermando che era un grande, un vero pilota e un appassionato. Uno di noi.

 

giovedì 5 dicembre 2013

Paul Walker, se ne è andato fast and furious...

 
Sabato 30 novembre, Paul Walker è morto in un incidente stradale a Valencia in California. Insieme ad un amico, viaggiava come passeggero su di una Porsche, che s'è schiantata ad alta velocità riducendosi ad un ammasso di ferro e poco altro. Bray Hill vuole salutare il quarantenne attore, con la massima stima e la totale ammirazione per colui che ha incarnato lo spirito della saga Fast and Furious, con la quale è diventato celebre al grande pubblico. Forse non abbiamo perso il più grande "divo" di Hollywood, ma sicuramente è venuto a mancare un grande appassionato, uno semplice, un vero riders, molto probabilmente uno di noi. Ci manchi già! Ciao Paul.
 


venerdì 15 novembre 2013

La moto costa...ma tutti noi abbiamo un cervello!

 


Molto spesso sento dire che andare in moto "costa". Sicuramente non ti regala niente nessuno, ma questo è un concetto estendibile ormai a ogni ambito. Volendo fare un breve punto della situazione, senza troppa retorica si può dire che, abbigliamento, sarate fuori, prodotti elettronici, vacanze, suppellettili varie per la casa, pay tv, vizi di ogni genere come il fumo, ecc... rientrano nella categoria di quello che costa. Dividendo mentalmente ciò che è necessario e intoccabile, dando una personale scala di valori, restano fuori gli hobby e le passioni. E' pensando alla moto in quest'ottica che si tende a definirla una cosa superflua, della quale ci si può interessare solo se si ha la disponibiltà necessaria. Anche questo è ragionevole, ma vero solo in parte. Ho imparato a diffidare da chi improvvisamente si mette in testa di andare in moto e si fa coinvolgere da una smania che sembra la conseguenza di un vuoto incolmabile. Spesso si tratta di una "voglia" di un'estate, che può svanire in poco tempo, un paio d'anni per non dire mesi. Ancora più frequentemente l'oggetto del desiderio consiste nell'ultimo modello, o in una supersportiva di grossa cilindrata, o peggio ancora nel classico intramontabile da customizzare nel miglior modo possibile. Diventa a questo punto difficile pensare che andare in moto possa essere più economico di altre attività, ma è anche importante usare il cervello.


La prima vera analisi va fatta sul grado d'importanza che si concede all'andare in moto. Molti motociclisti non sono improvvisati, ma coltivano questo aspetto della loro vita fin da giovanissimi, e la cosa è un vantaggio. Considerato quindi che siamo davanti a chi sceglie di andare in moto per farne uno stile di vita, allora ci possiamo addentrare nelle varie opzioni che rendono qualcosa di apparentemente difficile, molto più facile del previsto. Sul blog motopuntolinea, di cui il link
http://motopuntolinea.blogspot.it/2013/05/comprate-buono-comprate-mono.html , si può leggere come un motociclista esperto riesca a cogliere l'essenza dell'andare in moto senza dover spendere una cifra assurda nei costi di gestione, pur girando su una moto nuova, monocilindrica, capace di offrire tutto ciò che una moto deve dare.


Esiste inoltre l'opzione più intelligente, ovvero quella di cercare e acquistare un mezzo usato, in buone condizioni, in modo da abbattere l'uscita iniziale di denaro, poiché l'importante è mettersi in moto. Le moto deprezzano molto, soprattutto dopo che sul listino della casa sono state rimpiazzate con un nuovo modello. Sulla rivista Riders, c'é una rubrica che si chiama "ufficio di consulenza" e ogni mese propone ipotetici modelli, non più nelle vetrine delle concessionarie, che possono essere dei veri pezzi di culto, spesso dalle oneste prestazioni e dai costi ridotti. Se si decide per un modello storico si riesce comunque a ridurre ad un ventesimo la spesa per tassa statale e assicurazione, pur cavalcando una moto che non lascia passare inosservati.


E' importante anche la ricerca della moto.
Su http://www.autoscout24.it/ nella sezione moto, oltre a tutti i più conosciuti, si possono scovere modelli che non hanno avuto particolare successo commerciale, ma godono delle meccaniche giuste per svolgere il loro compito senza deludere le aspettative. E' possibile portarsi a casa una Ducati Monster 600 con una spesa che non supera i mille euro. Inoltre si deve sempre consultare un meccanico di fiducia che possa interagire con noi attraverso le proprie esperienze, importanti per capire quale moto si rompe meno o non richiede tagliandi e manutenzioni catastrofiche per il nostro portafoglio. Credo che andare in moto sia una condizione mentale che varia in base alla personalità stessa del motociclista. L'idea che avere una moto possa essere economicamente pari ad altre attività qualsiasi, per non dire al di sotto di queste come costi, non è sin qui sbagliata. Ritengo anzi che con un po' di cervello e molta passione si possa essere motociclisti veri, senza schemi e senza rinunciare a godersi la vita.

giovedì 14 novembre 2013

Kawasaki, la profezia, il titolo di Tom Sykes e...

 
 
L'11/01/12, su questo blog, pubblicavo un "articoletto" riguardante le Kawasaki e i suoi titoli mondiali velocità. Chi non l'avesse ancora letto può cliccare sul link di seguito.

Per chi invece l'ha letto e gode di buona memoria,  mi basta dire che in quell'occasione ero stato critico, a metà strada tra l'ottimismo e la delusione. In fondo non si erano ancora visti i risultati che da lì a un mese in poi si sarebbero susseguiti con costanza e particolare ammirazione. Per quello che posso capire io di corse, alla Kawasaki hanno svoltato di brutto e per le ninja impegnate in Superbike sono state due stagioni di successi come non si vedeva dai tempi del Team Muzzy e dell'americano Scott Russell. Un po' me l'aspettavo e un po' ci speravo. L'articolo l'avevo scritto criticando, ma con la speranza di essere smentito in tempi brevi. In più avevo notato che durante tutto il 2011, Tom Sykes era stato veloce, se non altro in prova e sotto l'acqua. E' facile parlarne ora. Dire che lo sapevo sembra una pataccata da bar, ma pensateci bene: "Quanti di voi avrebbero scommesso in una verdona di così alto livello da sfiorare una titolo per mezzo punto e da vincerne uno l'anno dopo?" Quasi nessuno. Meglio così! E che vada sempre a finire bene ogni cosa che mi permetto di osservare e criticare.
 
 
Per quanto riguarda Tom Sykes, non mi meraviglio che sia riuscito a vincere il Mondiale Superbike. Infatti, da buon britannico tenace, ha sempre fatto delle stagioni di alto livello e di regolarità. Solo durante la prima annata in sella alla Yamaha R1 del Team Sterilgarda, dove oltre alla presenza del compagno Ben Spies, "il più forte di tutti", si è anche infortunato un paio di volte. Ricordo che per il round di Imola cadde in prova riportando una lesione a un piede. Ho in mente l'immagine di Tom che viene caricato a braccia da due uomini su per la scaletta della clinica mobile, e guarda un po', se la ride invece di disperarsi come altri caratteri più latini delle nostre parti avrebbero fatto. Me lo ricordo anche l'anno precedente, quando fece la wild-card con la GSX-R del Team Crescent Suzuki con cui correve in BSB e mi fece un'ottima impressione sia a Brands Hatch che a Donington. A parte quel primo anno sfortunato, Sykes si è potuto rifare arrivando in tre stagioni di "verdona" al titolo. Il nome scritto sul trofeo e sull'albo d'oro, sono il segno indelebile, sono il confine che divide i bravi piloti dai campioni, indiscutibilmente.

 
E' passato quasi un mese, da quando Tom Sykes si è laureato campione e mi sembrava doveroso riprendere l'argomento snocciolato nel post di quasi due anni fa. Spero di aver onorato un "debito" che avevo aperto con Kawasaki, che in fondo Tom mi aveva fatto aprire con Kawasaki. Raccogliendo una sfida, da me involontariamente lanciata, senza saperlo, dominando due stagioni mondiali. Dissi che avremmo dovuto aspettare ancora un po' prima di vedere una Ninja competitiva, ma quella che sembrava una mia semplice "profezia", ha avuto breve durata, tutto il resto vale molto di più.



domenica 13 ottobre 2013

Amo la moto, quindi me ne sbarazzo...!



Una sera d'estate incontro un mio amico motociclista, uno di quelli che ti va bene se lo incontri una volta all'anno, altrimenti devi andare a tutte le motosalsicciate della Romagna per vederlo. Insomma un motociclista da aggregazione, un harleysta convinto con tanto di tatuaggio sul braccio ad inneggiare il marchio americano. Cosa succede però? Che, nell'inevitabile discorso sulle moto tra lui e me, scopro che si sta disfando della sua Nightster dopo aver già venduto la Sporster della moglie. Sgomento. Il motivo? La famiglia, ovvero la bambina, la casa, la macchina, e tutte le altre sciocchezze di cui ci riempiamo l'esistenza. Sul bene dei figli non si discute, poiché chi decide di metterne al mondo almeno uno, sa che deve fare sacrifici più o meno importanti (parlo delle persone comuni) e che deve comunque garantire una vita il più serena possibile a chi ancora non si può autosostenere. Io credo però che, un motociclista realmente appassionato, non possa pensare di smettere di possedere una moto in cambio di tutto il superfluo di cui ci circondiamo.


Salvo crisi nera nel bilancio familiare, non si può smettere di girare in moto per avere un bel televisore, o un abbonameto alla pay-tv, una sera a settimana al ristorante, o  un paio di scarpe alla moda in più, un I-phone o lo shopping al centro commerciale. Dipendere dagli oggetti è sbagliato, comprese le moto, ma esiste un "essere" al quale non si può sfuggire. Esso risiede dentro ognuno di noi e, quando le situazioni sono favorevoli, questo aspetto emerge dal profondo per farsi valere. Nel caso del motociclista credo pertanto sia impossibile immaginare di vivere le proprie giornate senza la prospettiva di una passeggiata su due ruote.


Per tornare al mio amico, provo un senso di responsabilità che non appaga. Siamo sicuri che la moto è la cosa più bella, ma le cose che fanno tutti lo sono di più? Ci sono delle priorità e ognuno dovrebbe avere le proprie, ma è difficile vedere oltre a quello che la società come struttura offre. In un certo senso ci si deve "sistemare", perdendo tutti i fronzoli della vita da single. Tralasciando passioni, a pannaggio di doveri autoimposti. Penso che per girare serva una moto e che non siano tutte costose e quindi superflue. Semmai è superfluo averne cinque, o non sapersi accontentare di un modello economico o fuori mercato. Questo dimostra che in giro per le strade ci sono molti meno motociclisti di quelli che si vedono e che la passione per questo meraviglioso mezzo a due ruote, non è parte del dna di molti.


Ancora incredulo mi sento dire che, Lui l'Harley ultimamente la usa poco, che se la deve vedere ferma in garage è meglio venderla. Ok! Dalla a chi la usa, ma non faresti meglio ad usarla? Il vero motociclista non perde occasione per gironzolare in moto, che si tratti di andare in ufficio, al mare o  in collina. Per distendere lo sguardo ben oltre i confini dei nostri quartieri, delle nostre abitazioni, delle nostre vite, che sembrano comode e agiate, ma viste da un'altra prospettiva, magari dalla sella di una moto, sembrano sempre più delle prigioni che ci costruiamo inconsapevolmente, uccidendo ciò di cui siamo innamorati o semplicemente abbiamo bisogno.

lunedì 30 settembre 2013

# 100


Con il centesimo post, Bray Hill vuole ringraziare tutti coloro hanno visitato questo blog e hanno contribuito alla sua crescita . Per celebrare un anniversario che di cifra più tonda non potrebbe essere...ecco tuti i post...100! Grazie a tutti, ma soprattutto grazie a Bray Hill e cento di questi post!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 


 
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